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8 marzo appesi al Coronavirus
Che cosa ci insegnano le donne
Leggi l'editoriale di eco.bergamo

Ancora non riusciamo a crederci, perché sembra un sogno, o un’allucinazione: il mondo si è fermato. La più grande fabbrica del benessere che mai l’uomo avesse costruito, che abbraccia ormai tutti i continenti, così potente da occupare i luoghi più lontani e i segreti più riposti si è inceppata per un minuscolo frammento di dna, tanto insignificante che nessuno lo conosceva e nessuno sa come combattere.

Appesi al Coronavirus, ce ne stiamo chiusi nelle nostre case o giriamo guardinghi per città e paesi semideserti in un lunghissimo ferragosto invernale nel quale è vietato distrarsi o riposare. Qui, nell’epicentro europeo del contagio, in una Lombardia che ha visto guerre, scorribande, pestilenze, distruzioni di ogni specie, per la prima volta è stato emesso il decreto di isolamento collettivo. Si è abolita la società.

«Per stare sani, bisogna stare soli», hanno detto. E così soli ci ritroviamo, a un metro di distanza dal mondo.

Una solitudine accettata, nel tempo più interconnesso della storia, un sacrificio forse assurdo, ma che ci può insegnare più di tante parole.

Nel distacco si capisce il vero valore delle cose e delle persone che ci stanno a fianco. Possiamo così aprire gli occhi e scoprire che tutto quanto ci circonda, la casa che ci ospita, il luogo di lavoro, il paese che abitiamo, le cose che ci soddisfano, tutti i beni che fuoriescono dal carrello dell’opulenza che ogni giorno costruiamo, in fondo non sono nostri. E se ci inoltriamo nei campi e nei boschi di cui la nostra Bergamo è così ricca e saliamo sui monti, ci può capitare quello che raccontava su questa rivista l’indimenticato don Roberto Pennati: «Io in montagna cammino sul sentiero, che si snoda sul suo dorso e che ad ogni angolo mi regala meraviglie che non ho creato io. È un regalo del Signore, è gratuito».

E se ci fermiamo a un metro di distanza dalle persone che ci stanno attorno, belle e brutte, amorevoli o ostili, costretti a non superare la soglia di separazione, ci accorgiamo che in quel metro passa l’infinito, che ognuno è più di quel che ci appare e che in lui c’è una promessa di eternità che ce lo fa amare.

E per una volta si può tacere, smettere il lamento, la recriminazione e assaporare il presente, l’istante che ci è dato.

Riscoprire il vero valore della vita è l’energia che ci permette di generare speranza e novità.

Nei momenti più bui della storia sono state le donne a resistere. Oggi è l’8 marzo, la loro festa. E sono loro che si assumono il compito di risanare questa umanità malata. Lo fanno senza clamore in tutti i campi dove la loro presenza è decisiva: nelle famiglie, negli ospedali, nelle scuole, accanto ai più fragili, agli anziani. Sono loro che costruiscono la società, mentre gli uomini pensano al potere.

Domani, quando riprenderà la vita solita, lasciamo che il genio femminile sia il germe buono di una convivenza più umana, che si diffonda ovunque, che prenda il sopravvento, che contagi tutti. Che ci faccia capire che per essere sani bisogna essere insieme.

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